Bambolescente

La vita, il lunedì, l'arte contemporanea e le bombe

Archive for novembre, 2004

lettera

Non sappiamo più nulla di quella gioiosa combriccola destinata al massacro. Ogni tanto spuntavano volti, ormai resi indecifrabili dal tempo, che recano i segni della grande Macinatura. Gente che ora vende sciarpe al mercato ambulante, parla entusiasta di calcio e tranquillità, dice sempre “ora sono tranquillo”, lo dice in continuazione, con lo sguardo svuotato, con la mascella contratta e gonfia.
G. Genna, Assalto a un tempo devastato e vile

Io dico che i cappotti da uomo sono per due.
Imbastiti per posti come le basi dei lampioni e gli androni e i cortili bui delle case della cooperativa.
In due chiusi in un cappotto ci si dovrebbe baciare e fare battute da
riderci dentro.
Ed è il vantaggio di essermi tenuta questo schifo di appartamento nel
niguardese: che non ci sono spintoni tra i negozi o luminarie a disturbare.
Questa cosa dei cappotti, sì. Solo che sono stata via parecchio e ci ho perso la mano.
La mascella contratta e sostenere lo sguardo e non dirgli di no non fare la difficile, non dirgli di no non fare la difficile, non dirgli di no non fare la difficile e la prospettiva del riciclaggio di denaro nel collezionismo d’arte, i fermi ritstoratori di una notte o due, certe altre cose di fino in Chiapas, e anche il surf.
che non farò mai più.
Perchè anche se son tornata da parecchio mi sembra di essere arrivata solo stamani.
Tornata in me. Vorrei uscire con lui, con i rispettivi cappotti. Perchè non posso grattare sulla tastiera tra balbuzie e lungaggini ancora a per molto.
Una volta sono partita sul semiblindato con un gruppo di turisti euro-rasta e altri in sahariana iscritti agli albo. Che volevano parlare con “il comandante”, solo questo avevano chiesto e mi venne da ridere. e io allora li avevo portati dal più scorbutico degli anziani. Quando uno dei giornalisti gli chiese come potevamo bere se le acque erano infette lui lo tirò fuori e gli insegnò come ci si piscia in bocca.
I bambini per un verso o per l’altro sanno come ci si piscia in bocca. Ma non è questo il punto.
Tutte le volte che incontro una persona intelligente e con un quantomeno decente senso dell’umorismo (di quelli che gli amici ti presentano con una gomitata sul fianco), me lo prefiguro occhi sgranati davanti al vecchio Maya che deglutisce in fretta l’urina. Poi mi viene in mente la magrezza di Lallo che dispensava consigli sulle rapine alle farmacie tenendomi stretta per mano alle sue spalle.
E queste due immagini sono il disamore e l’amore.
In queste sere ho pensato che tu avresti trovato qualcosa da dire sullo humor del vecchio maya e sulle farmacie.
Non che la cosa mi interessi, alla lettera.
Certe cotte mi sembrano in sostanza sbalzi di temperatura. Da San Juan Chamula a Niguarda. Dal mio cappottino con la cinta in vita a quello di lui ben più caldo. scuro e con un taglio anonimo. Ai due estremi della città dal civico 33 al 34, fino al salire su a casa dell’uno o dell’altro
per prendere confidenza.
ora sono tranquilla.

La notte dei blogger – intonso sul comodino

Mi ricordo a Natale tutto è luce perchè la solitudine al buio fa più paura nel tema di un amico (uno con propensione al dramma) che lessi tre lustri fa. E poi un sonetto cattivo che mi scrisse fregandosene degli endecasillabi, ma valeva due lire. E una canzone Signora Controvento che, se non avesse avuto uno spettrale effetto eco in registrazione, me la sarei anche andata a riascoltare or ora. (e tutto questo, solo questo, perchè non vado ad aprire lo scatolone che ne contiene l’opera omnia)
Adesso escono i suoi libri e onestamente sono così contenta che accada che me ne frego di quello che ci scrive dentro. A lui, ne sono certa, interessa solo che l’editore gli lasci scegliere la copertina per il romanzo.
Vado direttamente al plauso senza passare dalla lettura, quindi.
Ma, visto che va di moda la recensione (un vizietto vero e proprio) potrei dire che in La notte dei Blogger i racconti fanno tutti schifissimo tranne il suo. E che domani inizio a leggerli. E che non cambierò idea nemmeno morta.

sad sunday

nella stanza dove vivo ora
bestemmiando per ricavare un posto alla scrivania, senza possibilità di farci entrare un letto matrimoniale
un tempo ci stavamo in quattro tra genitori e prole.
Sono cambiata io o si son spostate le pareti?
E’ che adesso che, ancora una volta, passo la domenica a spostare i mobili per ottimizzare lo spazio (che da parte sua non ne vuole sapere di essere ottimizzato), tornano alla luce le ere geologiche di questa stanza.
c’è della tappezzeria arabescata verde pisello sotto il bianco che ho dato almeno sette anni fa. Il blu e l’arancione di quattro anni fa fanno il giro intorno ai mobili e se li sposto torna alla luce un ripensamento rosso sangue.
so per certo di non essere più la stessa. e di non essere mai stata la stessa.
le domeniche dovrei andare a farmi fottere.