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28.02.05

Perchè ci stiamo trasformando in un parco a tema?

Ho speso bene quasi dieci euro, non capitava da tempo. L'ultima volta deve essere stato in occasione di uno shampoo in un centro kerastase con fontane zen e poltrona massaggiante. alla base c'è una domanda che vi giro: L’Italia di plastica: perché ci stiamo trasformando in un parco a tema il primo numero di una nuova rivista Zero 1/2005 pp. 144 con 20 ill. a col. lo ripeto, perchè qui c'è della sostanza pp. 144 con 20 ill. a col. Niente glam-istantanee-fashion-classy-pulp ormai datato anni novanta. Poche immagini tante chiacchiere. Rivista diretta di Giuliano da Empoli, interventi di Giodo Guerzoni, Beatrice Trussardi/Maria DeFilippi, Règis Debray, Errico Buonanno, Michel Martone, Massimiliano Gioni, Ferruccio De Bortoli, Luciano Cafagna. Art director Francesco Bonami. li si abbia in gloria, ma senza esagerare.

Posted by Bambolescente at 10:46 | Comments (10)

24.02.05

quiz

Simone Racheli, Senza titolo, 2000, vetroresina
Saper distinguere tra la vita e l'arte non cambia certo la vita nè l'arte play quiz

Posted by Bambolescente at 12:30 | Comments (2)

21.02.05

IL REALITY E LA PELLICOLA

Francesco Vezzoli, Comizi di non amore, 2004 Fondazione Prada, Milano Realiy Show, puntata 0: fatta eccezione per le troniste e il produttore, nessuno era al corrente si trattasse di un progetto artistico e non televisivo. Presenta Ela Weber casting: - Vedi Ela, si tratterebbe di un progetto d'arte... - Non vorrei sapere niente... - Ok. presa. CORTEGGIATE Catherine Deneuve Jeanne Moreau Antonella Lualdi Terry Schiavo - (entra la soubrette)Finalmente una faccia conosciuta (una signora del pubblico) Pier Paolo Pasolini, Comizi d'amore, 1965 costumi sessuali degli italiani, interviste commentatate da Cesare Musatti e Alberto Moravia.

Posted by Bambolescente at 11:54 | Comments (2)

16.02.05

la A4 dal soggiorno alla camera degli ospiti

Collezionista: Vovvei Pvopvio una tua opeva, pensata pev la mia casa di Napoli. Artista: No guardi, non faccio progetti su commissione. Collezionista: Insisto, pevdinci! Artista: No, guardi... Collezionista: Pevdinci! Artista: ..... ok, come vuole.
strada.jpg Piero Golia, La Mia Strada, 2000, pezzo unico, strada che attraversa la casa del collezionista, materiali e dimensioni reali.

Posted by Bambolescente at 12:20 | Comments (10)

14.02.05

All you need is love

Se conoscete una certa Patrizia di Roma che ancora si sta chiedendo dove sia finito Andrea, perchè non lo ha più trovato a casa dopo la loro lunga storia, ditele, perfavore, che era solo arte. Per tre mesi Andrea Grimaldi alias Luca Francesconi vive nell'appartamento romano che il gallerista ha affittato per lui. Lo scopo è innamorarsi, vivere una storia con una ragazza ignara della cosa, quindi lasciarla (in una data prestabilita, amore o non amore che fosse) scomparendo nel nulla. Il tutto documentato da video e fotografie.
Luca Francesconi, Gin a body meet a body, 2003
Conversation between Cedar Lewisohn & Patricia Ellis (curatrice della personale di Luca Francesconi), London 2003 "So, like, this guy met this girl and started dating her as an art project. I mean, I'm not sure if it was really a project in the beginning, or if he genuinely fell in love with her. But he stayed with her for 6 months, and then left her for no apparent reason." "Sounds stupid." "Yeah, he says she was a really terrific girl and everything. A real goddess. But then he totally exploited her. He took these photos of her in the park, like they were all "Love Story" with Ryan O'Neal and Ali MacGraw. And then he did really creepy stuff like filming her having sex with him? But she didn't know! And now he's put it in a gallery for everyone to see." "Isn't that illegal? He could get arrested. What about his ex-girlfriend, if she doesn't know about this and finds out.I guess she'll be seriously pissed off." "She'll probably kill him.." "Would that be part of the work? Maybe he could exhibit his tombstone." (laughs) "It's like he's being such an asshole. This poor girl just gets dumped with no explanation, and then he's just made this porny exhibition about her. How demented is that?" "I bet he thinks about her when he jerks off. How 'bout that, is that part of the art?" "What? He's still pining after her?" "Even if he's left her she's still on his mind. And he might go back to her at any point." "So you think all of this is like some big love monument then? He's got this sign that reads "The gift you desire is the one I will never give you." Do you think he's making art, or is this some kind of mind-game?" "No I think he really believed he was making a work of conceptual art. That plaque reminds me of a Gilbert and George piece called "All My Life I Give You Nothing And Still You Ask For More" which seems to share the same sentiment." "Yeah, But this is real. What about this girl in the end? Doesn't it matter what happens to her?" "Of course she matters in the real world? I'm sure she'll be fine. She's probably got another boyfriend by now. But in terms of art, she was just a sort of material. The only difficulty is she wasn't consenting to the process." "So that makes it OK then?" " That's up to the audience to decide."

Posted by Bambolescente at 17:01 | Comments (10)

I esperimento sul valore delle non-letture

Vorrei un metro e venti di libri verdi. (un cliente a L'Angolo del Libro di via Lario, 2002)
Col sole a piombo sul balcone ho preso in considerazione una qualche attività outdoor (qualcosa che non implichi l'uscire dal pigiama e da casa). Decido di verniciare di bianco i Billy Ikea di prima generazione. I libri erano organizzati in doppia fila sullo scaffale "narrativa italiana" così come su quello "saggistica contemporanea". Riordinandoli per colore di costa (schierati in sfumature come matite Carandage) ci stanno ancora tutti ma su un'unica fila.
didascalia del Billy Ikea ridipinto da in alto a sinistra: - crema-giallo-arancio-rosso-marrone-rosso-fucsia-rosa - nero-blu-azzurro-verdino-verde - b/n
Non-leggere è quindi squisitamente entropico, nonché utile all'economia domestica, in pieno gusto BravaCasa. ho solo una questione da risolvere: - l'ingiallimento dato dall'usura dell'Einaudi è da prendersi in considerazione o devo continuare a considerare le loro coste candide? Ho tutto Pavese in sospeso.

Posted by Bambolescente at 10:46 | Comments (5)

12.02.05

Hotel: quelli che non pagano il conto

testo presentato in occasione della mostra HeartBreak Hotel, a cura di Laura Carcano e Irene Crocco, Flash Art Fair, Milano, 2004.
di Katia Ceccarelli Suicide Hotel - quelli che non hanno pagato il conto
Parigi - A Hollywood, il 10 settembre 1920 giunse agli studi Selznick la notizia che la punta di diamante delle loro produzioni, Olive Thomas, era morta a 26 anni durante la sua luna di miele all’Hotel Ritz di Parigi. Le prime reazioni furono di incredulità e sgomento. Olive era bellissima, ricca e aveva sposato Jack Pickford, il fratello della fidanzata d’America, Mary. Olive aveva preceduto il marito a Parigi di alcuni giorni, voleva fare acquisti di opere d’arte e oggetti di antiquariato e invece era stata trovata morta nella sua stanza d’albergo. Le versioni sulla sua fine furono varie. Alcuni sostennero che il marito fosse già a Parigi ma che, in preda agli effetti di droghe, non fosse stato in grado di aiutare Olive, già in coma per overdose. Jack, comunque, finì in ospedale, dicono, sconvolto dal dolore. Il medico della famiglia Pickford sostenne che si era trattato di un incidente, un cocktail fatale di medicinali e sonniferi ingerito dall’attrice. I due infatti assumevano delle sostanze per curare una malattia venerea che Jack aveva trasmesso alla moglie. I quotidiani francesi però diffusero un’altra versione: Olive aveva cercato in tutti i modi di procurare la droga per suo marito Jack, eroinomane all’ultimo stadio, e non essendovi riuscita si era tolta la vita. Mary Pickford, una vera potenza economica e carismatica, iniziò una campagna a tappeto tramite i giornali statunitensi per ricusare le volgari calunnie nei confronti del fratello “il fidanzato d’America”. A un certo punto emerse anche un misterioso taccuino, attribuito a un altrettanto misterioso spacciatore di Montmartre su cui figurava il nome di Olive Thomas. L’ultima ipotesi, quella più drammatica fu quella del suicidio di Olive la quale aveva scoperto che la malattia che le aveva trasmesso Jack era la sifilide. La bellissima di Hollywood aveva solo affrettato i tempi prendendo una dose letale di sali di mercurio che usava come disinfettante e antisettico. New York - Il 24 febbraio del 1983 il grande Tennesse Williams muore all’Hotel Elisée. Stava per compiere 72 anni. Vincitore di due premi Pulitzer, drammaturgo, sceneggiatore. Autore di alcune delle più belle pagine del teatro e del cinema americano. Trascorre gli ultimi venti anni della sua vita preda di depressione e alcolismo. Nel 1963 era morto di cancro il suo compagno Frank Merlo. Williams non si era mai più ripreso, la sua produzione letteraria finì con il suo compagno di vita. Williams quasi dimenticato dalla critica e dal “pubblico” ingerisce un tubetto di barbiturici e torna alla ribalta. Sid e Nancy avevano messo su casa al Chelsea Hotel di New York, nella stanza numero 100. Nulla di più costruito ed effimero come quella stanza per avere l’impressione, ma solo l’impressione, di una vita privata. Un albergo che era già di per sé un set cinematografico. Nancy Spungeon, “il Titanic che cercava il suo iceberg” come disse di lei Johnny Rotten, muore accoltellata al Chelsea Hotel. Sid ammette di essere l’assassino ma anche lui muore poco tempo dopo per overdose. Solo le mura di quella stanza, l’unica in cui non ci sono targhe o memoriedi occupanti famosi, conoscono la storia di Sid e Nancy, il copione invece è quello di un film. Nel giro di pochi mesi, agli inizi di un nuovo decennio, gli anni ’70, lasciarono il mondo e il loro pubblico tre grandi. Li accomunavano la forza della loro arte, il tormento e una lettera nel nome la J. Londra - Era stato, praticamente, consacrato mito vivente del rock al Isle of Wight Festival il 6 settembre 1970. James Marshall Hendricks muore pochi giorni dopo il 18 settembre al Samarkand Hotel di Londra. Droga, alcol, barbiturici, una miscela che lo ha ucciso nel sonno. La causa della morte, soffocamento nel proprio vomito. Niente di più autoreferenziale. Hollywood - Il 4 ottobre, Janis Joplin segue Jimi nell’empireo delle stelle. Muore al Landmark Hotel. Overdose. Il coroner di Los Angeles California, firma il referto medico che recita: “Avvelenamento dovuto a iniezione di morfina ed eroina. Donna di razza caucasica di 27 anni. Ha un tatuaggio a forma di braccialetto sul polso sinistro. Un piccolo fiore tatuato sul malleolo destro e uno a forma di cuore sul seno sinistro”. Janis fu trovata sdraiata sul suo letto, coricata sul fianco sinistro come se dormisse. Li raggiunge Jim Morrison il 3 luglio del 1971. Morrison muore però a casa sua, a Parigi dove si era trasferito da pochi mesi. Hollywood - E’ il 5 marzo del 1982. Siamo sul Sunset Boulevard di Los Angeles. Allo Chateau Marmont Hotel, meta di svago e relax di molti divi, divine, star e starlette, tra gli ospiti ci sono John Belushi, Robert De Niro e Robin Williams (sì quello di Mork e Mindy, all’epoca) quattro giorni di permanenza per discutere della partecipazione di Belushi a C’era una volta in America di Sergio Leone. Assieme a John anche Cathy una ragazza come tante, una groupie. A scoprire il corpo di Belushi sono i giardinieri dell’Hotel. Morte per overdose o un accidentale cocktail di droghe, una miscellanea sbagliata di cui viene incolpata Cathy. Morire in albergo per aver ingerito sostanze tossiche di vario genere o droghe dà una connotazione ancora più intima alla dimensione domestica di una stanza a pagamento. Nessun rumore, poche tracce, niente spari. Solo un tonfo nella stanza da bagno o, in alternativa, lenzuola sporche. Ci sono personaggi che hanno scelto il suicidio in albergo in forme ancora più spettacolari e drammatiche ma non siamo qui a fare la pagina dei necrologi. Ad ogni modo, di due poeti in particolare si può dire che suggellarono la performance della loro vita con il suicidio e un’ultima ed esaustiva opera. Una poesia e una canzone. San Pietroburgo - Sergeji Esenin, poeta russo, bellissimo amante di Isadora Duncan, poi marito. Lei aveva 44 anni, lui 27 lei non parlava russo, lui non parlava inglese, nessuno dei due francese. Lei aveva tendenze lesbiche, lui era bisessuale. Sergej morì all’Astorija Angleterre di San Pietroburgo, il 27 dicembre del 1925. Il giorno prima si era tagliato le vene e con il sangue aveva scritto dei versi dedicati al suo ultimo amante. Quel giorno fu salvato ma la sera successiva tentò di nuovo il suicidio, stavolta riuscendovi. Per sicurezza si tagliò ancora le vene e si impiccò. L’albergo è, ancora oggi, di fronte alla cattedrale di Sant’ Isacco in ulica Bolshaja Morskaja al numero 39. Sanremo - Un colpo di pistola fu la causa della morte di Luigi Tenco il 27 gennaio del 1967. Il corpo venne trovato all’Hotel Savoy di Sanremo. La procura sanremese ha riaperto il caso Tenco nel marzo del 2003. Il lavoro di un giornalista del manifesto aveva evidenziato delle incongruenze nello svolgimento delle indagini dell’epoca. Non ultimi i dubbi sull’arma del delitto, questioni balistiche, una ingente vincita al casinò della città e un marito geloso (l’ex marito di Dalida, morto suicida anche lui qualche anno dopo). Ad ogni modo, quello di Tenco viene ricordato ancora come un suicidio, il palcoscenico di un addio all’interno del palcoscenico popolare della canzone italiana. Tenco aveva cantato, la sera prima della sua morte, “Ciao amore”. Un soggiorno in albergo inizia con una previsione di pochi giorni, quella che si chiama una sistemazione provvisoria, precaria. Spesso però, col trascorrere delle notti, diventa una soluzione sempre più diluita nel tempo. Una permanenza in attesa che finisca la vacanza, che confermino il volo di ritorno, che si liberi la casa, che scenda il livello dell’acqua, che la terra smetta di tremare o che riparta quel treno fermo da troppo tempo. Quello che c’è in valigia non basta più, i vestiti non si adattano all’alternarsi delle stagioni. Queste sistemazioni assumono il nome di residence. Una vaga illusione linguistica che riconduce all’idea di casa, residenza. Rimini - 14 febbraio 2004. I gestori del residence "Le Rose" trovano il corpo di Marco Pantani riverso a terra, di fianco al letto, poco distante da una confezione di ansiolitici. Quello che riguarda la vita, i successi e i drammi del Pirata fanno parte della cronaca e di una storia di applausi negati. Forse in hotel, come a casa propria, si può sognare, riflettere, decidere di voltare pagina o di chiudere un libro. Decidere in virtù del fatto che non si inquinerà la vita dei propri cari morendo in hotel, non si creeranno, con la propria tragedia, sensi di colpa e visioni angoscianti tra mura private. Al contrario, la stanza di un hotel ben si presterà a ultimo scenario di una recita a soggetto e magari si farà anche un piacere, un ultimo regalo, al gestore che vi apporrà, dopo un dignitoso periodo di lutto, una targa in ottone. E così, ciò che prima era un pubblico di fan si trasformerà in una processione di pellegrini. Pellegrini che hanno bisogno di vitto e alloggio, magari in altri hotel.
(...) Era il 30 novembre del 1900, Oscar Wilde sorseggiava il suo ultimo bicchiere di champagne. Il personaggio più irriverente, imprevedibile e geniale dell’Inghilterra vittoriana stava morendo di meningite a Parigi. In quel periodo alloggiava all’Hotel D’Alsace in Rue des Beaux Art, al numero 13. Anche a quella sua ultima dimora Wilde dedicò parole che sono rimaste nella storia, come quasi tutto ciò che aveva detto e scritto: “Sto morendo al di sopra delle mie possibilità”. Negli hotel si può anche morire infatti. In hotel come a casa propria si può fare l’amore, si può dormire, mangiare, lavorare, compiere tutte le funzioni primarie della vita, quindi, anche abbandonarla come si abbandona un coniuge o una famiglia che sta troppo stretta. Alcune di queste attività, spesso, riescono meglio negli alberghi che in casa. Il sesso per esempio si arricchisce di un senso di clandestinità e libertà che stimola fantasie e giochi erotici che investono inconsciamente gli amanti con gli impulsi e le storie di chi è passato prima e di chi passerà dopo. Anche la morte in hotel assume una sfumatura diversa da quella, forse più silenziosa e sommessa, di una abitazione privata. E’ una strana dimensione quella dell’albergo, una sorta di condizione liminare tra la sfera privata e quella pubblica. Una stanza è tua finché ci sei ma quando non ci sei più ridiventa di chiunque arrivi al posto tuo. Morire in albergo è un po’ come andarsene senza aver pagato il conto. La stanza viene aperta, violata con un passepartout e la storia diventa di dominio pubblico. Molti personaggi più o meno famosi hanno trascorso i loro ultimi giorni di vita in un albergo. Suicidi o tragici incidenti, resta il fatto che la morte in albergo è una forma di consacrazione, un’offerta sacrificale al dio “pubblico”, la recita finale, forse, una disperata denuncia. L’albergo è l’ultimo palcoscenico di una vita finta che finisce in una finta casa.

Posted by Bambolescente at 12:12 | Comments (2)

stanza 620

Alla Flash Art Show (Hotel Sofitel, Bologna) si entra ed esce dalle stanze con la libertà di una cameriera ai piani. Stessa cosa si farà ad aprile nella II edizione milanese della fiera. Nei corridoi CertiMostri, in ogni camera una mostra. Stanza 620, interno giorno.
Giovanna Melliconi è una casalinga. Si dice: «Una donna come tante». Una vita ordinaria: lavorare, tenere la casa in ordine, pensare al mutuo. Non ha ancora trent’anni, ma sa già che cosa è, e che cosa sarà, la sua vita. Boris Ruencic è un uomo che vive di espedienti. La sua patria è semplicemente sparita dall’anagrafe. Abita in Italia da molto tempo, ama l’Italia, nelle parole dei poeti italiani ha letto l’amore verso la patria. Il suo futuro è un mistero. Giovanna Melliconi è sicura del suo futuro: il suo futuro è un’eterna ripetizione del presente. Ha un solo modo di cambiarlo: andarsene, abbandonare le cose, farla finita. Boris Ruencic ha sete di futuro. Coloro che se ne vanno dalla vita finita nella speranza di una vita infinita, gli sembrano meravigliosi. È un diverso esilio, quello di Giovanna e quello di Boris. Non vogliono stare qui. Appare ai loro occhi il sogno di un’altra vita, di un’altra patria. Il sogno è affascinante, è spaventoso. Boris e Giovanna fanno questo: contemplano.
In quella de Il Diverso Esilio a cura di Giulio Mozzi e Bruno Lorini, quest'ultimo nasconde una riserva di buon vino. Io dopo la mezzanotte non ci sono entrata, perchè ho le mie suggestioni. E poi, diciamocelo: è un 8 pieno.
L'uomo che fotografa il cielo una volta giocava in questi campi. Portava una maglia a righe bianche e blu il lunedì, una maglia a righe bianche e rosse il martedì, una maglia a righe bianche e blu il mercoledì, una maglia a righe bianche e rosse il giovedì e così via. La domenica gli mettevano una camicia bianca. L'uomo che fotografa il cielo tanto tempo fa - lassù - ha visto qualcosa. L'uomo che fotografa il cielo vorrebbe rivedere quella cosa.
Giulio Mozzi e Dario Voltolini, Sotto i cieli d'Italia, 2004, Sironi Editore, Milano.

Posted by Bambolescente at 11:33 | Comments (0)

11.02.05

La Curva e l'Acqua Santa

E io sarei pazzo, carta, 2005 Andrea Mastorivto detto Sburzum beve solo ed esclusivamente Sprite, è un pericoloso ultras dell'Atalanta, fa l'accompagnatore nelle gite a Lourdes, è un fottuto talento, rutta per attirare l'attenzione come un quindicenne, vive a Seriate (BG) e i suoi migliori amici sono Zi-zì e Spruzzola, canta in un gruppo Metal, mi tracollino le tette se lui non sarà Storia dell'Arte!, ha una gamba sempre rotta e non so bene perché, è allergico ai suoi gatti. All this I cannot bear to witness any longer, striscioline di carta su parete, 2004
-Ma dove ci stai portando? Sterzai viulentemente: -Toh, figa, eccoci. -Il parco delle Cornelle? Ma sei scemo? - Zi-zì non capiva. -Allora, ascolta che mo' ti spiego: sai che a me mi serve uno che mi aiuti, no, con la pittura, che mi lava le tele, le tira e ci stende sopra la preparazione e che qualche volta ci dà pure una ritoccatina al quadro, se si rovina. -Eh, sì lo so ma non ti ho mica detto che vengo io ad aiutarti, se vuoi? -Eh, ho capito, ma non mi pare che sei proprio in grado e allora ho pensato di rubare una scimmia che poi la addestro a farmi da assistente. Cazzo, le scimmie sono intelligenti, sai: ne ho già adocchiate un paio l'altro giorno.
Comedie humaine, scatola, luce, disegno e carta, 2005 A volte lo penso così "Era una notte buia e tempestosa, solo uno zoppo attraversava il bosco..." "C'era una volta un Paese di Carta, il suo re vestiva sempre di nero...". Of Wolf and Man, 2004 Lui fa sbandare il mio senso critico ben retribuito, e la cosa non mi va giù. Immagino che presto o tardi di lui si parlerà in prima serata, nei sussidiari, dalle parrucchiere tutte e in hit-parade. La verità è che se avessi un figlio, un illustratore, un arredatore, un marito, un giullare, un life coach, vorrei fosse un pò come lui: talentuoso e dissociato, tra la curva e l'acqua santa.
Se non ci fossimo noi, qui sarebbe il cinema: farebbero tutti silenzio". Questa è una frase che aveva detto una volta il Bocia, uno dei capi della Nord qui a Bergamo. Ha ragione. Parla degli ultrà è ovvio, ma parla pure di tutti quelli che si danno da fare dannatamente da fare per svegliare chi dorme, a cominciare da se stessi. Non so se siete mai stati a vedere una partita in uno stadio con sciopero del tifo: se vi è capitato saprete che in quelle condizioni ci si rende perfettamente conto dell'inutilità e della vacuità di una partita di calcio. Gli ultrà non sono altro che il contorno, l'abbellimento se vogliamo di una partita di calcio, ma senza di loro puf tutta la magia svanisce. Gli ultrà cantano urlano mandano affanculo esultano. Non sono certo necessari, perchè necessari sono i calciatori. Ma senza di loro è come mangiare una bistecca insipida. Sono il sale dello stadio. L'artista allo stesso modo non può che essere il sale della vita. Cazzo, certo che si campa anche senza sale anzi magari si campa anche più a lungo, ma che schifo. E' evidente che senza questi personaggi strani che cantano urlano dipingono ritagliano tutto si ammoscia, e non resta che addormentarsi. Silenzio. Sss... Uff che palle: non ce la faccio a stare zitto. Mi viene da raccontare qualcosa di bello. Che poi è sempre la stessa storia. Ma se la sentite da me vedrete che vi piacerà... E tu cosa vuoi essere? Pecora o leone?

Posted by Bambolescente at 22:58 | Comments (6)

La gallerista che aspettavo nella hall

Siamo state a cena da Vito, poi la sera la aspettavo nella hall dell'hotel che a Bologna ha ospitato la Flash Art Show, piaceva anche a lei il cognac.
Ha una storica galleria italiana.
Cavriago è un paese di antica tradizione socialista e comunista. Quando nel 1917 ci fu la rivoluzione in Russia e, a cavriago lo vennero a sapere, inviarono a Lenin un entusiasta telegramma di congratulazioni e 500 lire. Nominarono Lenin sindaco onorario del paese. Quando Lenin ricevette il telegramma e le 500 lire fece cercare Cavriago sulla carta geografica ma non riuscirono a trovarlo.
Rosanna Chiessi, In biciletta sul mare, 1995, Editore Adriano Parise, Verona
Sapevo chi le mandava. Ogni anno le aspettavo, preparavo il vaso dove metterle e non dicevo a nessuno chi me le mandava. Negli ultimi anni tenevo le rose, quando erano secche, dentro una grande scatola. Venne da me Kurt Hofer, artista di Silandro, e quando vide le rose me le chiese per farne un'opera: gliele diedi, era quasi maggio e sapevo che ne avrei ricevute delle altre. Il lavoro che fece Kurt era bellissimo: fili sospesi ricoperti di petali, un piccolo specchio e tante rose attorno, il tutto dedicato a me. Quell'anno non ricevetti le rose, le aspettai tutto il giorno: erano passati venticinque anni da quella prima volta. Solo un mese dopo seppi che era morto. Rosanna Chiessi, In biciletta sul mare, 1995, Editore Adriano Parise, Verona

Posted by Bambolescente at 22:36 | Comments (0)

ARTEvsCINEMA - Peter Greenaway

Non siamo animali notturni, cosa ci facciamo in silenzio seduti nel buio? Peter Greenaway
Peter Greenaway, If Only Film Could Do The Same, 1972, tecnica mista su tela . Nonostante rientri a pieno titolo tra gli autori più importanti della settima arte, Peter Greenaway non si considera un regista bensì un pittore e scrittore che fa film. Se ne prende le distanze lo fa perchè ha molto da rimproverare al cinema, non tanto alle sue potenzialità quanto alla sua storia povera di grandi eventi e rivoluzioni. Questa disciplina ultracentenaria ha avuto una crescita tanto lenta da sembrare in eterno stallo secondo Greenaway. Se si pensa alle invenzioni, alle trasformazioni di linguaggio che nello stesso arco di tempo si sono avute in letteratura, musica e arti visive, il cinema a confronto sembra essersi fermato "al prologo". Negli ultimi cento anni sono stati fatti più film che scritti romanzi in quattro secoli, eppure raramente si è usciti dai binari di una storia del cinema che Greenaway chiama "anni di testi illustrati", di immagini che fanno seguito alle parole. Infatti, se è vero che una narrazione è seducente nella misura in cui lascia spazio all'immaginazione del fruitore (come in avviene nella lettura), ha ragione Greenaway nel considerare il cinema un pessimo media narrativo perché dice tutto quello che c'è da sapere di una storia e dei suoi personaggi, finendo con l'identificarsi in una forma di teatro registrato o letteratura illustrata. "Non abbiamo ancora visto il cinema. Nessuno ha mai fatto un film" è la sua dichiarazione più decisa: dobbiamo ancora aspettare per vedere di cosa il cinema è capace e quale siano le sue peculiarità, la sua forma e il suo ruolo nella comunicazione. A questo proposito Greenaway riprende una considerazione di Eisestein, il quale polemicamente indicava Walt Disney come "il solo uomo che realmente abbia mai fatto un film, perchè creatore integrale dei suoi prodotti frutto esclusivo dell'immaginazione e senza referenti nella realtà". Questa provocazione serve a Greenaway per invitare il cinema a riconoscere le sue stesse potenzialità, a scomodarsi dalla poltrona dove un noto meccanismo di produzione e distribuzione lo ha posto. Il cinema, molti dicono sia morto ufficialmente nel 1983, data in cui fece ingresso il telecomando nelle case introducendo la possibilità di compiere una scelta nella passività dello spettacolo filmico, secondo Greenaway la televisione è quanto di meglio potesse accadere al cinema, così come la fotografia spinse la pittura a investigare i propri mezzi per capire in quali aspetti risiedesse la sua unicità, così la TV ha lasciato al cinema solo il buio delle sale, il grande schermo di proiezione, il supporto della pellicola. Il vero cinema deve ancora vedersi nelle sale, o in nuovi luoghi ad esso più adatti. Un suo quadro del 1972 è intitolato in maniera esemplare If Only Film Could Do The Same (Se solo il cinema potesse fare altrettanto) e, riguardo il cosa possa fare la pittura che al cinema è precluso, Greenaway parla ampiamente nelle interviste e nelle lezioni stendendo un personale De Pictura. Si pone innanzitutto la questione del distinto modo di fruire delle arti visive e del cinema, “Alla National Gallery non si piange o ride, non ci si getta sul pavimento e non ci si arrabbia”, cose che possono accadere invece in una sala cinematografica. Quella del pubblico dell’arte è una reazione con un processo mentale riflessivo, fatto di rimandi e complesse suggestioni, opposto all’immediatezza emozionale degli spettatori di un film. Una delle frustrazioni di Greenaway davanti a un progetto cinematografico nasce dai lunghi tempi di lavorazione che fanno scudo ad una prolifica progettualità che vedrebbe probabilmente più facile sfogo in arte. Un altro punto che lo riconosce in quanto artista è la scarsa facilità al lavoro di équipe, l'esercizio alla collaborazione che il cinema pretende contrasta con l’attitudine alla solitudine del mestiere di pittore. A questo cinema che ama "in maniera discutibile", ha però dedicato molto nel suo lavoro di artista visivo. I collage della serie In the Dark analizzano i quattro componenti basilari del cinema: il testo, l'illusione, gli attori e il pubblico. Gli spettatori nella serie Audience sono visti dallo schermo, teste identiche che si disegnano nel buio incasellate nelle loro poltrone, "non siamo animali notturni, cosa ci facciamo in silenzio seduti nel buio?" dice Greenaway in una battuta e, ancora, fa dire a Philip in 8 donne e 1/2 "Non sono mai stato al cinema, non sopporto stare seduto al buio circondato da estranei. Io voglio emozionarmi solo in privato". Greenaway lavora così ad una stilizzazione dell'eterogeneità del pubblico cinematografico, descrivendoli con questa ironia a parole e ritraendoli in pittura come sagome immobili e ordinate nel loro scomparto. Uno dei rimproveri che il regista fa al media cinematografico è proprio la passività dello spettatore che si priva di personalità e "subisce" il film. Così per l'allestimento dei lavori di The Audience esposti a Palazzo Fortuny, Greenaway sceglie di proiettare un acqua artificiale provvedendo a offrirle questo pubblico dipinto altrettanto fittizio. Della serie The Audience of Macon realizzata in collegamento con il film The baby of Macon il corpo centrale è composto da 800 fotografie scattate a un pubblico fittizio al quale Greenaway aveva chiesto di impersonare "spettatori di una platea teatrale che assistono ad una miracolosa messa in scena". L'arte in questo caso supplisce ad un pubblico che il regista sa non potrà mai vedere davanti ad uno schermo cinematografico. La serie esposta nell'omonimo progetto presso la Ffotogallery di Cardiff è accompagnata da un ulteriore piano di "osservazione", alcune comparse in costume siedono tra le fotografie rappresentando "lo spettatore dello spettatore", questa operazione permette a Greenaway di costruire un cinico discorso sulla realtà fotografica e, quindi, cinematografica, insinuando il sospetto il solo sguardo possibile sul mondo sia quello illuso e ingannato di chi assiste ad una messa in scena. Dice lo stesso Greenaway che è l'estetica formale della pittura ad influenzarlo, in particolare nella staticità che caratterizza i suoi film: la macchina da presa è quasi sempre fissa e, se si nuove, lo fa davanti a un inquadratura immobile, in contrasto con le contemporanee tendenze ai virtuosismi atletici della m.d.p.. Le opere della serie Frame si relazionano con l'idea di story-board, che è progettazione e, allo stesso tempo, le celle ordinate di questi disegni richiamano le immagini della centralina di montaggio dove il film viene decostruito e riportato ad una serie visibile di fotogrammi. a In A Short Frame Résumé i fotogrammi sono celle numerate e colorate in maniera diversa, quasi con una colata di colore il regista stesse indicando l'inizio e la fine dei tagli di pellicola da effettuare. Esiste anche un sofisticato citazionismo nei film di Greenaway, una sorta di razzia di immagini nella storia dell’arte e di dediche sentite a grandi inventori delle arti visive. Il regista britannico ammette che, in alcuni casi, i film gli sono serviti come “pretesto” per esporre il suo lavoro pittorico. Esemplare è qui uno dei suoi primi cortometraggi A Walk Through H (1978), una specie di mostra filmata dei suoi quadri (la cui realizzazione ha preceduto cronologicamente quella del film), organizzati per spiegare una storia. La prima inquadratura fa ingresso in una galleria d’arte, la voce fuoricampo del narratore ci spiega che l’ornitologo Tulse Luper, autore di 'Some Migratory Birds of the Northern Hemisphere' per il suo viaggio a H (= Heaven o Hell) utilizzò 92 mappe ( le opere di Greenaway appese alle pareti di questa galleria) coprendo1,418 miglia (la lunghezza esatta della pellicola di A Walk.. dispiegata). La cartografia per Greenaway è un sistema ingegnoso di rappresentazione, un’affascinante metodo per determinare in un solo “ideogramma” dov’eri, dove ti trovi e dove potresti andare. Le sue mappe vogliono essere una forma di codificazione del paesaggio o, meglio, una reinvenzione del genere pittorico paesaggistico inglese. Le sequenze di A Walk Through H indugiano sui dettagli delle mappe realizzate da Greenaway con le tecniche più svariate, scorrono seguendo tracciati e linee, tra segni che suggeriscono un viaggio senza renderlo però possibile, perché le strade sono percorribili in più sensi e non sono affidabili né i punti cardinali né altri riferimenti geografici, le direzioni sono invenzioni che tradiscono e confondono. La serie di opere A Walk Through H potrebbe essere l’illustrazione per un Alice in the Wonderland in chiave topografica, o per un Marco Polo allucinato e disinteressato alle rotte. Anche i disegni per The Draughtsman’s Contract (I Misteri del giardino di Compton House, 1982) hanno preceduto la sceneggiatura del film. Greenaway li realizzò nell’estate del 1976 ospite in un ex convento vittoriano nella regione di Fonthill, qui si sistemava su una sdraio a ritrarre il posto sotto la luce delle diverse ore del giorno. Questi lavori diventano la struttura portante della trama del suo film: 1964, Neville, affermato paesaggista, viene assunto dalla signora Herbert perché realizzi dodici disegni della sua dimora, il contratto prevede che la donna gli si conceda alla fine di ciascuna tavola. Ogni giorno Neville organizza gli spazi che ha deciso di ritrarre facendoli sgomberare, nonostante questo sfuggono al suo controllo elementi che ritrova nell’"inquadratura" della sua Camera Chiara, una camicia strappata, un cavallo che ha perso il suo cavaliere… Il preciso reticolo del quale si serve l’artista “per non commettere errori” lo rende in realtà cieco davanti ai fatti. Anche la figlia degli Herbert si offre per soddisfare i desideri sessuali di Neville ma lui ancora non riesce a vedere il complotto. E’ stato detto che potrebbe essere stata una forma di esorcizzazione dell’accademismo la decisione di Greenaway di inserire questi lavori nella trama del film, un tentativo di “digerire” la propria formazione. La disciplina scolastica insegna, nella maggior parte dei casi, a ritrarre ciò che si vede e non ciò che si conosce, seguendo questo criterio the draughtsman non riesce a venire a capo dell’intrigo che lascia tracce nei disegni delle vedute di Compton, l’artista ricalca solo la superficie di ciò che gli sta davanti. Il contratto, al quale si fa riferimento nel titolo originale, non è altro, d’altra parte, che un discorso sulla vendibilità dell’artista, sul prezzo che l’arte deve pagare per entrare in società. Così Neville paga con la vita il suo talento, scoprendo nel finale che non erano le sue opere ad interessare la committenza, ma il suo seme per farne un erede, questa era la vera mercanzia dell’artista. A tal proposito Greenaway afferma che “l’arte come il sesso sono sempre vincolati nella nostra società a regole contrattuali precise”. In A Walk Through , così come in The Draughtsman’s Contract la narrativa cinematografica è quindi un pretesto per farsi seguire in un discorso critico sulla pittura e le opere di Greenaway hanno così accesso a questo singolare catalogo filmato.

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09.02.05

Title: Fattelo da te

Andy Warhol, Do It Yourself, 1963 Marcelo Nunes, Do It Yourself, 2004

Posted by Bambolescente at 22:25 | Comments (12)