Hotel: quelli che non pagano il conto

testo presentato in occasione della mostra HeartBreak Hotel, a cura di Laura Carcano e Irene Crocco, Flash Art Fair, Milano, 2004.

di Katia Ceccarelli
Suicide Hotel – quelli che non hanno pagato il conto

Parigi – A Hollywood, il 10 settembre 1920 giunse agli studi Selznick la notizia che la punta di diamante delle loro produzioni, Olive Thomas, era morta a 26 anni durante la sua luna di miele all’Hotel Ritz di Parigi. Le prime reazioni furono di incredulità e sgomento. Olive era bellissima, ricca e aveva sposato Jack Pickford, il fratello della fidanzata d’America, Mary. Olive aveva preceduto il marito a Parigi di alcuni giorni, voleva fare acquisti di opere d’arte e oggetti di antiquariato e invece era stata trovata morta nella sua stanza d’albergo. Le versioni sulla sua fine furono varie. Alcuni sostennero che il marito fosse già a Parigi ma che, in preda agli effetti di droghe, non fosse stato in grado di aiutare Olive, già in coma per overdose. Jack, comunque, finì in ospedale, dicono, sconvolto dal dolore. Il medico della famiglia Pickford sostenne che si era trattato di un incidente, un cocktail fatale di medicinali e sonniferi ingerito dall’attrice. I due infatti assumevano delle sostanze per curare una malattia venerea che Jack aveva trasmesso alla moglie. I quotidiani francesi però diffusero un’altra versione: Olive aveva cercato in tutti i modi di procurare la droga per suo marito Jack, eroinomane all’ultimo stadio, e non essendovi riuscita si era tolta la vita. Mary Pickford, una vera potenza economica e carismatica, iniziò una campagna a tappeto tramite i giornali statunitensi per ricusare le volgari calunnie nei confronti del fratello “il fidanzato d’America”. A un certo punto emerse anche un misterioso taccuino, attribuito a un altrettanto misterioso spacciatore di Montmartre su cui figurava il nome di Olive Thomas. L’ultima ipotesi, quella più drammatica fu quella del suicidio di Olive la quale aveva scoperto che la malattia che le aveva trasmesso Jack era la sifilide. La bellissima di Hollywood aveva solo affrettato i tempi prendendo una dose letale di sali di mercurio che usava come disinfettante e antisettico.
New York – Il 24 febbraio del 1983 il grande Tennesse Williams muore all’Hotel Elisée. Stava per compiere 72 anni. Vincitore di due premi Pulitzer, drammaturgo, sceneggiatore. Autore di alcune delle più belle pagine del teatro e del cinema americano. Trascorre gli ultimi venti anni della sua vita preda di depressione e alcolismo. Nel 1963 era morto di cancro il suo compagno Frank Merlo. Williams non si era mai più ripreso, la sua produzione letteraria finì con il suo compagno di vita. Williams quasi dimenticato dalla critica e dal “pubblico” ingerisce un tubetto di barbiturici e torna alla ribalta.
Sid e Nancy avevano messo su casa al Chelsea Hotel di New York, nella stanza numero 100. Nulla di più costruito ed effimero come quella stanza per avere l’impressione, ma solo l’impressione, di una vita privata. Un albergo che era già di per sé un set cinematografico. Nancy Spungeon, “il Titanic che cercava il suo iceberg” come disse di lei Johnny Rotten, muore accoltellata al Chelsea Hotel. Sid ammette di essere l’assassino ma anche lui muore poco tempo dopo per overdose. Solo le mura di quella stanza, l’unica in cui non ci sono targhe o memoriedi occupanti famosi, conoscono la storia di Sid e Nancy, il copione invece è quello di un film.
Nel giro di pochi mesi, agli inizi di un nuovo decennio, gli anni ’70, lasciarono il mondo e il loro pubblico tre grandi. Li accomunavano la forza della loro arte, il tormento e una lettera nel nome la J.
Londra – Era stato, praticamente, consacrato mito vivente del rock al Isle of Wight Festival il 6 settembre 1970. James Marshall Hendricks muore pochi giorni dopo il 18 settembre al Samarkand Hotel di Londra. Droga, alcol, barbiturici, una miscela che lo ha ucciso nel sonno. La causa della morte, soffocamento nel proprio vomito. Niente di più autoreferenziale.


Hollywood – Il 4 ottobre, Janis Joplin segue Jimi nell’empireo delle stelle. Muore al Landmark Hotel. Overdose. Il coroner di Los Angeles California, firma il referto medico che recita: “Avvelenamento dovuto a iniezione di morfina ed eroina. Donna di razza caucasica di 27 anni. Ha un tatuaggio a forma di braccialetto sul polso sinistro. Un piccolo fiore tatuato sul malleolo destro e uno a forma di cuore sul seno sinistro”. Janis fu trovata sdraiata sul suo letto, coricata sul fianco sinistro come se dormisse.
Li raggiunge Jim Morrison il 3 luglio del 1971. Morrison muore però a casa sua, a Parigi dove si era trasferito da pochi mesi.
Hollywood – E’ il 5 marzo del 1982. Siamo sul Sunset Boulevard di Los Angeles. Allo Chateau Marmont Hotel, meta di svago e relax di molti divi, divine, star e starlette, tra gli ospiti ci sono John Belushi, Robert De Niro e Robin Williams (sì quello di Mork e Mindy, all’epoca) quattro giorni di permanenza per discutere della partecipazione di Belushi a C’era una volta in America di Sergio Leone. Assieme a John anche Cathy una ragazza come tante, una groupie. A scoprire il corpo di Belushi sono i giardinieri dell’Hotel. Morte per overdose o un accidentale cocktail di droghe, una miscellanea sbagliata di cui viene incolpata Cathy.
Morire in albergo per aver ingerito sostanze tossiche di vario genere o droghe dà una connotazione ancora più intima alla dimensione domestica di una stanza a pagamento. Nessun rumore, poche tracce, niente spari. Solo un tonfo nella stanza da bagno o, in alternativa, lenzuola sporche. Ci sono personaggi che hanno scelto il suicidio in albergo in forme ancora più spettacolari e drammatiche ma non siamo qui a fare la pagina dei necrologi. Ad ogni modo, di due poeti in particolare si può dire che suggellarono la performance della loro vita con il suicidio e un’ultima ed esaustiva opera. Una poesia e una canzone.
San Pietroburgo – Sergeji Esenin, poeta russo, bellissimo amante di Isadora Duncan, poi marito. Lei aveva 44 anni, lui 27 lei non parlava russo, lui non parlava inglese, nessuno dei due francese. Lei aveva tendenze lesbiche, lui era bisessuale. Sergej morì all’Astorija Angleterre di San Pietroburgo, il 27 dicembre del 1925. Il giorno prima si era tagliato le vene e con il sangue aveva scritto dei versi dedicati al suo ultimo amante. Quel giorno fu salvato ma la sera successiva tentò di nuovo il suicidio, stavolta riuscendovi. Per sicurezza si tagliò ancora le vene e si impiccò. L’albergo è, ancora oggi, di fronte alla cattedrale di Sant’ Isacco in ulica Bolshaja Morskaja al numero 39.
Sanremo - Un colpo di pistola fu la causa della morte di Luigi Tenco il 27 gennaio del 1967. Il corpo venne trovato all’Hotel Savoy di Sanremo. La procura sanremese ha riaperto il caso Tenco nel marzo del 2003. Il lavoro di un giornalista del manifesto aveva evidenziato delle incongruenze nello svolgimento delle indagini dell’epoca. Non ultimi i dubbi sull’arma del delitto, questioni balistiche, una ingente vincita al casinò della città e un marito geloso (l’ex marito di Dalida, morto suicida anche lui qualche anno dopo). Ad ogni modo, quello di Tenco viene ricordato ancora come un suicidio, il palcoscenico di un addio all’interno del palcoscenico popolare della canzone italiana. Tenco aveva cantato, la sera prima della sua morte, “Ciao amore”.
Un soggiorno in albergo inizia con una previsione di pochi giorni, quella che si chiama una sistemazione provvisoria, precaria. Spesso però, col trascorrere delle notti, diventa una soluzione sempre più diluita nel tempo. Una permanenza in attesa che finisca la vacanza, che confermino il volo di ritorno, che si liberi la casa, che scenda il livello dell’acqua, che la terra smetta di tremare o che riparta quel treno fermo da troppo tempo. Quello che c’è in valigia non basta più, i vestiti non si adattano all’alternarsi delle stagioni. Queste sistemazioni assumono il nome di residence. Una vaga illusione linguistica che riconduce all’idea di casa, residenza.
Rimini – 14 febbraio 2004. I gestori del residence “Le Rose” trovano il corpo di Marco Pantani riverso a terra, di fianco al letto, poco distante da una confezione di ansiolitici. Quello che riguarda la vita, i successi e i drammi del Pirata fanno parte della cronaca e di una storia di applausi negati.
Forse in hotel, come a casa propria, si può sognare, riflettere, decidere di voltare pagina o di chiudere un libro. Decidere in virtù del fatto che non si inquinerà la vita dei propri cari morendo in hotel, non si creeranno, con la propria tragedia, sensi di colpa e visioni angoscianti tra mura private. Al contrario, la stanza di un hotel ben si presterà a ultimo scenario di una recita a soggetto e magari si farà anche un piacere, un ultimo regalo, al gestore che vi apporrà, dopo un dignitoso periodo di lutto, una targa in ottone. E così, ciò che prima era un pubblico di fan si trasformerà in una processione di pellegrini. Pellegrini che hanno bisogno di vitto e alloggio, magari in altri hotel.

(…)
Era il 30 novembre del 1900, Oscar Wilde sorseggiava il suo ultimo bicchiere di champagne. Il personaggio più irriverente, imprevedibile e geniale dell’Inghilterra vittoriana stava morendo di meningite a Parigi. In quel periodo alloggiava all’Hotel D’Alsace in Rue des Beaux Art, al numero 13. Anche a quella sua ultima dimora Wilde dedicò parole che sono rimaste nella storia, come quasi tutto ciò che aveva detto e scritto: “Sto morendo al di sopra delle mie possibilità”.
Negli hotel si può anche morire infatti. In hotel come a casa propria si può fare l’amore, si può dormire, mangiare, lavorare, compiere tutte le funzioni primarie della vita, quindi, anche abbandonarla come si abbandona un coniuge o una famiglia che sta troppo stretta. Alcune di queste attività, spesso, riescono meglio negli alberghi che in casa. Il sesso per esempio si arricchisce di un senso di clandestinità e libertà che stimola fantasie e giochi erotici che investono inconsciamente gli amanti con gli impulsi e le storie di chi è passato prima e di chi passerà dopo.
Anche la morte in hotel assume una sfumatura diversa da quella, forse più silenziosa e sommessa, di una abitazione privata. E’ una strana dimensione quella dell’albergo, una sorta di condizione liminare tra la sfera privata e quella pubblica. Una stanza è tua finché ci sei ma quando non ci sei più ridiventa di chiunque arrivi al posto tuo. Morire in albergo è un po’ come andarsene senza aver pagato il conto. La stanza viene aperta, violata con un passepartout e la storia diventa di dominio pubblico. Molti personaggi più o meno famosi hanno trascorso i loro ultimi giorni di vita in un albergo.
Suicidi o tragici incidenti, resta il fatto che la morte in albergo è una forma di consacrazione, un’offerta sacrificale al dio “pubblico”, la recita finale, forse, una disperata denuncia. L’albergo è l’ultimo palcoscenico di una vita finta che finisce in una finta casa.

2 comments ↓

#1 Gio on 02.18.05 at 08:32

Molto bello e molto malinconico…

#2 koshka on 02.23.05 at 13:09

Dove c’è delitto ci sono anche io ;-) ma non sono la signora in giallo (anche perché il latex giallo non mi piace proprio)

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