C’è un piccolo lago sul quale si affaccia Mergozzo. C’è una setta di bikers buddisti che vivono tra questo paesino lacustre e Los Angeles. Poco dopo la strada per Bracchio, c’è un cancello sempre aperto e il vialetto in rapida salita che, con una svolta davanti a quella che era la casa del custode, porta all’ingresso principale. C’è un giardino che era trascurato prima che arrivassi io (con tutta la mia pietà per la decadenza di una certa levatura e con la voglia di rimettere insieme i pezzi, se non miei, quantomeno di qualche ettaro piantumato). C’è un viavai di gente ed un viavai di parole su parole su psicopatologie borghesi ed altri simpatici egoriferimenti che non trovano facilmente sosta. Basta una stretta di mano e un solo minuto per sapere davvero tutto di loro in una raffica di informazioni.
La decadenza e la mia pietà, appunto, cespugli di ortensie e salotti di persone. E il mio paziente intervento, per tutto questo melò.
Poi, una sera, mentre spiego all’ormai sessantenne batterista dei Deep Purple (un sosia machista di Elton John in canottiera) che quelli con i quali si è appena esibito erano una cover band della cittadina di Baveno e non i suoi compagni di un tempo, mentre faccio questa rivelazione al vecchio scoppiato, arriva Uno. Uno che, scoprirò presto, non tratta male i camerieri, che non ha sempre troppo freddo o troppo caldo. Uno che all’umorismo dà la stessa immane importanza che do io. Uno che conosce al millimetro la distanza da tenere da una signorina col pollice verde malamente innamorata di un altro: “sto a un millimetro, non uno in meno, non uno in più”. Uno che ti entra nel letto solo per curarti, e per farlo si tiene addosso i vestiti. Uno che, sono sicura, sa esattamente quale sia la cura più veloce, al contrario di me, che non sono poi così intelligente.
E’ il momento di approfittare di tanta furbizia altrui, e lasciarsi passare a prendere, ogni sera, se necessario.