Entries from giugno 2007 ↓

3/ I capezzoli: dai ciribiciaccolini al cloasma gravidico

Le donne parlano poco dei loro capezzoli. Citano spesso la massa delle tette, discutono sempre del sedere, a volte del loro ombelico, parecchio di unghie, ma mai dei capezzoli. La sola risposta che trovo a questa osservazione – una volta esclusi discrezione e imbarazzo – è che sono un punto debole, che a tutte piace farseli toccare e che solo a parlarne mandano quindi in agitazione.

1989 – Io stavo seduta davanti a masticare il Travelgum, in maniera da poter correre veloce, con una mano premuta sulla bocca, a dare un malrovescio all’autista perché accostasse per farmi scendere. Avevo fatto anche la coda di cavallo quella mattina, per non vomitarmi sui capelli.
All’estremità opposta del pullman c’era Doriana che aveva già le tette, e a me parevano enormi. Al tempo avevamo tutte i capezzoli rosa, di un colore così bello che mica potevi chiamarlo color carne. Poi da adulte ti tocca anche il cloasma gravidico, così si chiama quella sferzata di melanociti che fa diventare scuri anche i capezzoli se ti fai mettere incinta, o se ti fai venire una gravidanza isterica di tutto punto. Mentre considero ragionevole che ti si sfondino i fianchi, o che i muscoli vaginali ti vengano recisi con un colpo di forbici, trovo invece inutile e spietata la natura che ti tinge di nero i capezzoli, come fosse affar suo.
Doriana stava sui sedili in fondo a baciare con la lingua prima Guido e poi Fulvio, a seconda che il pullman andasse o tornasse dall’abbazia di Chiaravalle. Gli altri cantavano tutti in coro Albachiara, ma mica lo facevano apposta.
Nota a margine: l’onanismo nella canzone italica (chi respira piano, chi trova l’America e chi una carezza in un pugno…) è una tematica che questi ragazzini avrebbero affrontato solo molto più tardi, oppure mai.
Mentre a Chiaravalle il coro della Schola cantava allegro (come solo un canto gregoriano nell’oscurità di un abside sa essere) a me venivano toccati i capezzoli per la prima volta. La filastrocca me l’aveva insegnata mio papà e sotto la torre della Ciribiciaccola dotata di cinquecento ciribiciaccolini tentai di rispondere alla domanda Val pusè ona ciribiciaccola o cinqcent ciribiciaccolin? Non trovai risposta. Rodolfo mi aveva presa alle spalle e detto qualcosa che non avevo fatto in tempo a capire prima che arrivasse veloce con le mani sotto la mia maglietta. E, posso dirlo con certezza, da quella prima, fino all’ultima volta in cui mi hanno toccato i capezzoli mi è sempre, sempre, piaciuto.
Nota a margine per Andrea: i copricapezzoli li usano solo le ballerine di lap dance e le neo-mamme che non vogliono macchiarsi la camicetta. I copricapezzoli non sono un regalo da farsi a una donna, anche quando hanno dei led lampeggianti o un batacchio in bronzo, credimi.

2/ ridere di me

Al mondo pare siano addirittura miliardi. Si sono divisi in squadre e ridono gli uni degli altri in un torneo incrociato da sempre fermo agli ottavi. Si fanno matte risate quando scendono in campo a prendersi per il culo. Quelli che ridono di me sono i Velvet Lions e si allenano ogni santo giorno. Non perdono tempo a riscaldarsi e danno subito il via al loro rituale scaramantico, coreografato da schifo, se mi è permesso l’appunto. Per prima cosa mimano goffi il mio fottutissimo orgoglio proletario e dagli spalti fanno loro eco i tifosi. Passano poi ai miei stivali quattro stagioni, al mio discutibile senso della legalità, al mio culone e alla mia insostenibile emotività da seienne. In curva viene teso uno striscione “Laura C. Ah, ah ah!”, si meritano questi supporter di basso profilo, mi concedo l’appunto.

Per dire, tutti ridiamo degli altri. Non ho niente contro la pratica della derisione (ho già un sacco di altre cose da detestare con tutta me stessa).
E tu, magari, fai anche bene a ridere di me.
Io rido di quelli convinti, passati i primi anni ‘90, che la discoteca sia un bel posto ad esempio. E sto nei Black Hope e gioco a centrocampo

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1/ gli uomini mi fanno tutti schifo, molto democraticamente

nota: il titolo qui sopra vuol lasciare intendere che questa non sia una lettera d’amore. L’uso della terza persona singolare vuol fare intendere che questo non sia un blog.

E’ su tutti i giornali oggi la notizia “Laura C. non è bella” e “Lui non la porterà mai a ballare, né da nessun’altra parte” dice l’occhiello senza spiegare poi molto della vicenda.
Laura C. è sveglia da meno di un minuto, ma passerà molto tempo prima che cambi il suo brutto pensiero deve averlo letto anche mio padre, si starà vergognando di me con un diverso brutto pensiero … per i fiori sull’altare sì, ma credo che non mi vestirei prorprio di bianco, penso più al color avorio... Perchè qualcuno le ha detto che si decide di sposare una persona in un istante, mica negli anni.
Non si è mossa di un centimetro dalla posizione che tiene dormendo e sta come una tellina ancorata al niente, lasciando intendere che sotto la coscia sinistra dovrebbe esserci un maschio adulto. Con nessuno sotto quella gamba sembra proprio un disegno lasciato a metà.
Laura C. sta sul pezzo “Quest’uomo la lascia sola, stupida come una che finisce in fondo al fosso tra i rospi, due giorni sì e uno no. Un giorno sì e due no, lui le scosta i vestiti ed entra ed esce”. Mio padre che mi crede una principessa si sarà chiuso in casa…Il ventilatore esagera e lei stringe le spalle come fosse inverno. Ha ancora sonno e già impreca sottovoce.
Se avesse realmente un giornale tra le lenzuola ne farebbe una pallottola da mandare a canestro, si dà invece il caso la signorinella sia solo una pazza fottuta, con invero troppa fantasia, in una mattinata storta. Dopo aver immaginato una corposa rassegna stampa nel dormiveglia, è ancora nel letto, poco più lucida, a figurarsi il notiziario delle 13.
Le immagini parlano chiaro “Sulla scena del crimine a fatica gli agenti hanno potuto raggiungere il letto. Si sono visti costretti ad attraversare un vero e proprio lago di sangue. Può la gelosia spingere a tanto?”
Per uscire dal letto avrebbe bisogno di sapere dove andare, invece guarda con rimprovero il ventilatore che spegnerebbe se solo fosse a portata di mano. Si sforza di scegliere una qualche direzione. Non le viene in mente di farsi un caffè e non le viene in mente di andare in edicola, proprio non ci pensa, come fossero cose che non ha mai fatto. Sta ancora sul pezzo “…sul comodino pare Laura C. abbia trovato centodieci euro al risveglio – spiega la vicina di casa, che si dice incredula, al nostro inviato” e, continua la figlia zitella e racchia di questa “La si vedeva sempre con un uomo diverso qui nel palazzo, non mi sorprende la abbiano presa per una di quelle”.
Non si può però dire che Laura C. stamani stia pensando a lui, non esattamente. Più che altro a Bonnie e Clyde, Youssef e Claire Bebawi, Ian Brady e Myra Hindley, Paul Bernardo e Karla Homolka. Alle coppie che ammazzano. E’ infatti in due che bisognerebbe fare una cazzata come questa, non certo da soli. Soli come quegli assassini che si sono letti Il giovane Holden prima di sbarellare e poi sparare a moglie e figli, a un presidente, a uno dei Beatles o a qualche altro. In due è tutto più bello, immagina Laura C., anche strappare un cuore con le mani.
Pensa, a volte, le coincidenze… Nei giorni in cui lui non viene a sollevarle la sottana è perché frequenta proprio una donna con un cuore.
(segue…?)